PAESAGGIO
Il treno scivolava in mezzo al paesaggio appena imbiancato, io socchiudevo gli occhi al riverbero del sole.
Si scioglierà presto…
Ma nel frattempo era uno spettacolo unico. C’era quella luce obliqua sullo strato di neve sottile, era un paesaggio provvisorio, prezioso. Io lo sapevo e cercavo di imprimerlo a fondo nella mente.
Non bastava però.
Immaginai di abbassare il finestrino, tuffarmi dal treno in corsa, cadere nei campi, rotolarmi nel bianco, correre e scivolare, rialzarmi, urlare, ricadere.
Niente di tutto questo.
Ci fu solo un rumore di ferraglia, e una galleria senza preavviso che annullò tutto.
Nero.
Il calore dei raggi mi rimase impresso ancora un po’ sulle guance, in un attimo svanì nell’ombra. Salì un freddo improvviso e avvolgente.
E restò il buio.
Nero.
La galleria continuava, le luci del vagone non si accendevano, forse erano rotte. Dagli altri passeggeri non una frase, un mormorio di disappunto, un sospiro più marcato.
Iniziò a mancarmi l’aria.
Devo uscire!
Non era troppo presto per il panico?
E’ tardi invece!
Nel vagone regnava il silenzio assoluto.
Dormono tutti…
…O sono tutti morti.
Fuori c’era la velocità fluida dei vagoni, dentro c’era il freddo rotto dai brividi. Si gelava.
Pensai di alzarmi nel buio e cercare a tastoni il giubbotto sul ripiano superiore.
Non servirà.
Che ne sai?
Nessuno ha freddo qui dentro…
Aveva ragione.
…solo tu.
Una vecchia storia.
Ma brucia ancora.
Che bastardo…
Chiusi gli occhi; provai a ricordare il paesaggio. Già alcuni particolari sfuggivano, i contorni sbiadivano, il quadro si allontanava, veniva inghiottito dallo sfondo nero. Mi concentrai, dovevo farlo restare con me, dovevo portarlo ancora in giro.
Poi tutto iniziò a venarsi di rosso cupo, un secondo dopo il rosso stava diventando chiaro. Lo sferragliare stava cambiando, si assottigliava.
Spalancai gli occhi e la luce esplose, insieme al rumore del treno che tagliava di nuovo l’aria aperta. Saltai in piedi nel sole accecante, che sembrava inondare tutto. In molti si erano girati a guardarmi. Tenni il loro sguardo.
Qualcuno sorrise, qualcuno si voltò subito.
Piano tornarono alle loro letture, alla loro musica, alle loro visuali.
Mi girai di lato: non c’era più neve.
E’ durata poco.
Troppo poco.
Roba vecchia.
Antidiluviana.
Per una volta eravamo d’accordo.
Guardando i prati verdi una scarica di contrazioni allo stomaco mi fecero piegare; conati di vomito erano già pronti a risalire veloci. Non potevo resistere e scappai in bagno, il più veloce possibile, al chiuso, dove non c’erano finestre.
Attesi qualche centinaia di anni lì dentro, con le mani puntate sul lavandino sporco, aspettando che i conati terminassero. Vomitai tre volte, solo vagiti strozzati e aria, forse perché quella mattina non avevo mangiato niente.
Non hai più fame.
Ho solo perso appetito…
Hai mollato!
Alzai il viso allo specchio macchiato. Mi riconobbi.
Nessun danno irreparabile, nessun danno irreparabile…
Non che la cosa sia entusiasmante…
Nessun danno però…
…non ancora, non ancora.
E per quel giorno si zittì.
Uscii dal bagno e tornai al mio posto, ad osservare il paesaggio, ad aspettare la mia fermata.
Ai due lati del treno sfrecciavano le cento di sfumature di verde, grigio e marrone della campagna ciociara.

